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Costiera Sorrentina

Chi non ricorda i versi di «Torna a Surriento», la melodia cantata ovunque nel mondo, da più di un secolo? Nacque da un’ispirazione fortissima, che resiste alle mode. Può bastare, per comprendere quanto l’incanto sorrentino e della Costiera, da Vico Equense a Punta Campanella, da Seiano a Meta, abbia influenzato i «creativi» e i pensatori. È un percorso glamour, la cui storia fascinosa si perde nel passato. Ai tempi dell’imperatore Tiberio i ricchi romani che trovavano Capri troppo affollata cominciarono a costruire imponenti ville lungo le dorsali della penisola. Luoghi densi di appeal. Virgilio e Strabone ne scrissero. Poi, ci pensò Torquato Tasso a rinvigorire la fama, che ha spinto da queste parti, nel tempo, Goethe e Lord Byron, Dumas e Verdi, Leopardi e Ibsen, e così via e, dopo gli assalti dei viaggiatori del Grand Tour, ancora tanti ospiti celebri dai Rockefeller alla famiglia reale d’Inghilterra, da Jacqueline Kennedy a Maria Callas, senza dimenticare Norman Douglas, che ha scritto del Sud come in uno spot promozionale ante-litteram. Il susseguirsi di presenze autorevoli, continua tra scenari ora balneari, ora montagnosi e terricoli, resi unici dalla dorsale dei Monti Lattari, passando per aranceti e limoneti, con i loro colori veri. Dei limoni sorrentini, del resto, nessun gourmet vorrebbe mai privarsi: molto più di un souvenir naturale, molto più di un concentrato di vitamine, molto più di una reincarnazione fruttata del sole nostrano.

TOUR FOTOGRAFICO

VICO EQUENSE

Arrivando da Napoli, il primo step della Costiera è Vico Equense, incastonata nelle rocce che strapiombano sul mare. Il paesaggio è dominato dal Monte Faito, la cima (1100 metri) più alta della catena dei Monti Lattari con i suoi boschi ricchi di essenze arboree rarissime come l’abete bianco. Il toponimo deve le sue origini a Aequana, l’antico borgo marinaro. Il nome odierno deriva dall’unione di vicus, villaggio, all’aggettivo equensis, derivato da Aequana. L’atmosfera di Vico è molto particolare: viuzze, panorami e borghi, tra zone collinari e spicchi di litorale. Il territorio è il più esteso della penisola sorrentina e per apprezzarlo, si può cominciare dai tredici casali che si incontrano salendo lungo la strada che porta al Faito: un percorso affascinante, punteggiato di stratificazioni d’insediamenti secolari e di vicende. Come quella legata alla fondazione della frazione di Massaquano, il più antico tra i casali, che deve il nome a un gruppo di profughi sfuggiti alle persecuzioni dei Turchi nel IX secolo. Numerose anche le chiese di interesse artistico e architettonico: a Moiano, la frazione più alta, c’è la Chiesa di San Renato che conserva una statua del santo risalente al XVI secolo. Arola è invece ai piedi del monte Ferano, ed è nota perché nella zona sorge l’ex Eremo camaldolese, in splendida posizione, in località Astapiana: al complesso, completato nel 1607, si accede da una bassa torre merlata. Da visitare anche la Parrocchiale di Sant’Antonino, il più imponente edificio religioso dei casali. La frazione di Seiano è una delle più popolate e importanti, sul fianco della collina che quasi divide i due Comuni di Vico e Meta. Da vedere, la Chiesa di Santa Maria Vecchia e la Parrocchiale di San Marco. L’ex Cattedrale o Chiesa della Santissima Annunziata costituisce l’unico esempio di chiesa gotica in Costiera: è a picco sul mare e fu costruita per volere del vescovo Giovanni Cimmino tra il 1320 e il 1330. La facciata, rifatta più volte, è settecentesca. Sorge nel centro storico, l’interno è a tre navate: quella centrale custodisce importanti opere d'arte come le tele di Giuseppe Bonito, il sarcofago del vescovo Cimmino e la tomba di Gaetano Filangieri, celebre economista che visse e morì nel castello Giusso nella seconda metà del ‘700. Di notevole interesse è anche il Santuario di Santa Maria del Toro, la cui fondazione nel 1530 come cappella votiva – secondo la leggenda – è dovuta ad episodi miracolosi legati al ritrovamento in ina grotta di un’immagine della Vergine. L’interno è a navata unica. Sul panorama equense si staglia, dunque, il Castello Giusso la cui architettura originaria risale agli inizi del XIV secolo e fu opera degli angioini. Sotto i Carafa, il castello venne ampliato: Federico Carafa nel 1535-40 fece costruire il palazzo baronale che corrisponde all’attuale corpo centrale. Nel 1828 il complesso fu acquistato da Luigi Giusso e, dal 1935 al 1973, vi si insediò la Compagnia di Gesù. Da segnalare, poi, l’Antiquarium, che custodisce materiale archeologico proveniente da una necropoli scoperta nella zona urbana e datata dal VII al V secolo a. C. e il Museo Mineralogico Campano che custodisce campioni di circa 3500 minerali provenienti da tutto il mondo e collezionati dall’ingegnere Pasquale Discepolo. Sulla costa di Vico va ricordato lo Stabilimento termale dello Scrajo, fondato nel 1895 da Pietro Scala su una sorgente già nota in età imperiale.

META DI SORRENTO

Ai piedi del Montechiaro, lungo l’itinerario che conduce all’incanto della Costa delle sirene, Meta è avvolta dall’effetto coloristico degli uliveti, dei giardini e degli agrumeti. L’origine del nome è incerta ma, secondo una delle tesi più accreditate, indicherebbe il limite segnato sull’altopiano dalla Basilica della Madonna del Lauro, costruita sul sito di un tempio dedicato a Minerva dai Romani, così come testimoniato dalle lapidi ritrovate durante gli scavi. Il mito di fondazione ci riporta all’ottavo secolo: una vecchietta che soffriva di sordità, mentre pascolava le mucche, vide una statua della Madonna con una chioccia di pulcini d’oro accanto. Grazie a questa visione guarì. Così la statua fu trasportata a Sorrento, in cattedrale. Ma il mattino seguente fu ritrovata sotto un albero di lauro. Sul luogo fu, per questo prodigio, costruito un edificio sacro che ebbe diverse trasformazioni fino al 1206, anno in cui la chiesa fu eretta con una forma a croce latina (che tuttora conserva), e fu consacrata una prima volta. Riedificata nel 1568 dopo la distruzione dei Turchi di dieci anni prima, fu riconsacrata nel 1782 ed elevata a basilica pontificia nel 1914. La facciata è in stile neoclassico con in alto, al centro, l’altorilievo del Salvatore. Il portale originale, in legno massiccio, fu scolpito con 24 formelle in legno metalizzato (in gran parte illustrano scene della vita di Gesù) che poi, nel tempo, sono state trasferite all’interno (a tre navate) e sono oggetto di devozione. Il campanile risale al 1558. Da notare le due statue lignee rivestite in oro, San Michele e l’Angelo custode, opera di Girolamo Bagnasco. L’altare e la balaustra sono in marmi pregiati. La storia locale è legata a doppio filo anche a quella della marineria mercantile. Alimuri, la spiaggia di Meta, deve la sua fama alla costruzione di imbarcazioni, attività che avveniva sempre sotto l’egida protettiva della Madonna del Lauro: un’epopea secolare, che porta alla Repubblica Marinara di Amalfi, ad Angioini e Aragonesi; e perfino a Cristoforo Colombo. Il cantiere vero e proprio fu aperto ufficialmente nel 1650, ma venne terminato nel 1800, quando furono varati i velieri della Marina del Regno di Napoli. Cinquantadue di queste navi a vela furono destinate ai lunghi percorsi oceanici, ai viaggi verso le Americhe ma, in genere, i velieri metesi erano di dimensioni ridotte, a due alberi, resistenti e veloci, perfette per il trasporto di olio, agrumi, noci e vino. Da ricordare che, nel 1798, fu fondata la Società degli armatori metesi e sorrentini, rimasta attiva fino al 1923. La frazione di Alberi, il cui territorio è diviso con quello del Comune di Vico Equense, è a 800 metri dal centro e si raggiunge grazie a una caratteristica strada ripida e stretta in alcuni punti: coincide con l’antica via Minerva (terminava a Punta Campanella) di epoca romana.

PIANO DI SORRENTO

La zona di Piano fu abitata fin dalla preistoria, colonizzata dai Greci, e abitata da Osci e Campani e, in epoca romana, denominata Planities, in virtù del territorio pianeggiante. Le denominazioni popolari sono invece due: «Caruotto» e «Cassano», che rinviano secondo alcuni agli effetti di un antico terremoto del XVI secolo che avrebbe danneggiato una parte della cittadina (cà rotto) e preservato l’altra (cà sano), corrispondente alla Marina di Cassano, il borgo di pescatori suggestivo per la sua posizione, definita dalla falesia tufacea attraversata da una strada di collegamento con  i suoi tornanti caratteristici. Il centro antico si estende intorno alla Parrocchiale di San Michele Arcangelo, del IX-X secolo. Distrutta più volte e rifatta, elevata a basilica pontificia nel 1914: è a croce latina e l’ampia navata centrale è ronata da una cantoria con organo e deu acquasantiere del XVIII secolo. Sul soffitto a cassettoni, di rilievo di quadri del Solimena e di Paolo De Matteis dedicati alle Storie della vita di San Michele. La balaustra che delimita il presbiterio è di marmo a traforo, opera di Giambattista Antoni, con quattro angeli di scuola berniniana. Nella sagrestia ci sono tre quadri importanti: le Scene della peste dei Giuseppe castellano; la Madonna della Neve della scuola di Giovanni Bellini (del Quattrocento) e il San Tommaso che tocca il costato di Gesù di Pacecco De Rosa. Accanto alla basilica c’è il Convento delle Agostiniane con l’annessa Chiesa della Misericordia, completata nel 1739. Alla fine di una bella scalinata che parte da Corso Italia, c’è Convento dei Carmelitani con la Chiesa dei Santi Giuseppe e Teresa, a tre navate, costruita tra il 1663 e il 1687. Da ammirare, la grande tela di Romualdo Formosa che raffigura San Giovanni dell Croce. La Chiesa della Madonna delle Grazie o di Rosella, poi, è legata a una vicenda miracolosa: una popolana chiamata Rosella chiese o ottenne la guarigione del figlio gravemente malato pregando davanti a un vecchio quadro della Madonna. Chiese dunque a un pittore di ripulire la tela che si mostrò splendente, dando inizio alla venerazione popolare. Interessante, anche la Chiesa della Santissima Trinità del 1543, con la sua torre campanaria con orologio. Belle e ricche dimore evocano, infine, gli splendori di un tempo. Dal monumentale Palazzo Maresca a Villa Lauro, definita da Roberto Pane come la «più notevole fabbrica neoclassica di tutta la regione», ad esempio; e, ancora, a Villa Fondi De Sangro costruita dal principe di Fondi don Giovanni Andrea De Sangro, con  il suo ampio parco a picco sul mare.

SANT'AGNELLO

Tra coste rocciose che sembrano sospese nel vuoto, rioni marinari e collinari, è il più ricco di verde ma anche il più piccolo Comune della Costiera. Il nome deriva dal santo patrono, protettore delle donne incinte e degli animali gravidi, un monaco benedettino al quale è dedicata appunto la Chiesa di Sant’Agnello, a tre navate. Vi si conservano importanti opere d’arte, tra cui tele dipinte da un allievo di Luca Giordano, Giuseppe Castellano. Il paese è la sede di tre confraternite laicali, la più antica delle quali è l’Arciconfraternita del Santissimo Sacramento e Natività di Maria, del 1824. La Marinella, il lungomare, è caratterizzato non solo da uno scenario imperdibile, ma anche dall’agrumeto de Il Pizzo, tra i più estesi (un ettaro) della Costiera, vincolato come bene paesaggistico e archeologico. La posizione e i panorami legano la storia locale alla costruzione di splendide ville, come quella detta Cocumella, poi trasformata in albergo, che ebbe tra gli ospiti personalità straordinarie quali il duca di Wellington, lord Byron, Gioacchino Murat, Hans Christian Andersen; e la villa di lord Crawford, che scelse Sant’Agnello come seconda patria, dopo aver soggiornato in India, e arricchì la dimora con una collezione di oggetti d’arte antica.

SORRENTO

L’amenità del luogo ha influenzato la più diffusa etimologia del toponimo, derivato dalle Sirene, che avrebbero vissuto proprio nel tratto di mare antistante il promontorio di Sorrento, da dove avrebbero più facilmente attirato i viaggiatori. Più probabile però, la derivazione di Surrenton,  termine già utilizzato da Strabone, dal verbo greco «concorrere», con riferimento all’abbondanza di acque e fiumi della zona. In una regione popolata già nel Neolitico, Sorrento vanterebbe infatti origini greche e fu conquistata in seguito da Liparo, figlio del re Ausone, che qui volle essere sepolto dopo averla a lungo governata. Sottoposta al dominio di Siracusa (V secolo a.C.), la cittadina passò quindi dapprima ai Sanniti e poi ai Romani. In epoca imperiale, innalzata al rango di municipio, cominciò ad essere apprezzata come luogo privilegiato di villeggiatura, favorita dal clima mite e dall’estrema fertilità del territorio. Iniziò così una vera fioritura di ville, sorte lungo la costa soprattutto durante le età di Cesare e di Augusto. Nel centro storico mantiene ben visibile la sua struttura romana, tra cardini, decumani e affioramenti di vestigia antiche, quali le colonne dei templi riutilizzate nella costruzione di chiese, come quella del patrono della città, Sant’Antonino (è la trasformazione di un oratorio del Trecento) con un portale laterale del secolo XI, ma già nel secolo IX esisteva un luogo di culto dedicato al santo. Fu concessa nel 1606 ai Padri Teatini e venne riedificata con le forme tuttora esistenti. Ha un pianta a croce latina a tre navate e cripta dove si conserva la statua argentea del santo, oltre a molti «ex voto» di ispirazione marinara. Le tele di Giacomo del Po descrivono la peste del 1656 e l’assedio del 1648.
Di grande suggestione è pure il Chiostro di San Francesco annesso alla chiesa omonima. Fu eretta nel 1500 e poi completamente rifatta dopo il terremoto del 1688, infine trasformata con l’attuale faccia in marmo bianco nel 1926 in coincidenza con il settimo anniversario della morte di San Francesco. Il chiostro, davvero bello, ha un doppio ordine di stili del tardo Trecento: sui capitelli c’è l’emblema delle famiglie Sersale e Nobilione. Ospita eventi culturali di grande rilievo, in estate.
Per approfondire il passato di Sorrento, si deve visitare il Museo Correale di Terranova, un armonioso edificio del Settecento, che accoglie le collezioni d’arte donate da Alfredo e Pompeo Correale, conti di Terranova, ultimi discendenti di un’antica famiglia sorrentina. Fu inaugurato il 10 maggio del 1924 e, su tre piani, presenta opere di archeologia, pittura e arti decorative. La sala dei fondatori, con la piccola cappella privata, ospita la Raccolta delle tarsie sorrentine dell’Ottocento. Nella Sala degli Specchi si trovano i ritratti di antenati dei Correale, dame e cavalieri in abiti sfarzosi che evocano il lusso del Secolo dei Lumi. Vi sono poi le Nature Morte napoletane del XVII secolo e i dipinti di paesaggio; quindi la raccolta di Figure da presepe napoletane e le Porcellane europee del XVIII secolo. Da ammirare, infine, il giardino ricco di fiori e piante rare: attraverso un viale di aranci e dopo un sottopassaggio, si arriva al Belvedere a strapiombo sul mare. Da non perdere. Per conoscere più a fondo la città, invece, bisogna muoversi tra più livelli, classici in Costiera: quello sul mare e quello interno, elevato. Dal pittoresco borgo di pescatori, animato da bar, botteghe e ristoranti di Marina Grande con la sua antica Porta Greca (fino al XV secolo è stata probabilmente l’unico accesso dalle vie del mare) al porto di Marina Piccola, con la Chiesa di Santa Maria del Soccorso che compare in tutte le stampe. Poi si risale ai nuclei storici. Va ricordato che Sorrento ha una particolare topografia condizionata dalla posizione dell’abitato su un blocco di tufo ripido. Per molto tempo il mare e i burroni hanno delimitato l’antica città. Un esempio lo si ha affacciandosi, da Piazza Tasso, sul Vallone dei Mulini, un canyon ricoperto di vegetazione di macchia che delimita un fianco della città e da cui si scorgono i resti dei vecchi mulini da cui prende il nome. Come si è detto la città era attraversata da decumani che conservano tuttora la loro peculiarità: quello più alto e antico di via Pietà e l’altro di via San Cesareo. Il primo di fatto corrisponde al decumano superiore romano, che poi – nel 1861 – fu modificato in Corso Italia, quando fu ammodernata la struttura urbanistica. Da visitare, in zona, il Museo Archeologico della Penisola Sorrentina Villa Fazzoletti, frutto di venti anni di ricerche in tutta l’area. Nell’atrio c’è il plastico della villa romana di Pollio Felice le cui rovine sono visibili al Capo di Sorrento.
Poi, c’è un susseguirsi, in via Pietà, di abitazioni nobiliari settecentesche come Palazzo Correale con il portale tipico «a corona» e abitato dalla famiglia fino al 1597; e Palazzo Veniero, che è una significativa testimonianza di gusto tardo bizantino e arabo del secolo XIII. In via San Cesareo ci sono i resti del Sedile Dominova: una loggia del XV secolo con una cupola maiolicata che protegge uno dei due «sedili» (l’altro è il sedile di Porta) in cui la nobiltà sorrentina era divisa. Qui si riuniva per decidere le sorti della città. I sedili erano edifici di forma quadrangolare con ampi ingressi laterali e questa è l’unica testimonianza rimasta in Campania.
Nel rapido tour di Sorrento bisogna includere una passeggiata cruciale al Capo di Sorrento. Sulla sua estrema punta, subito dopo la piscina-grotta dei mitici Bagni della Regina Giovanna, ci sono i resti della Villa di Pollio Felice, di cui scriveva Papinio Stazio. Era divisa in domus e villa al mare, aveva molte stanze, terrazze, approdi e cisterne. Il corpo principale si sviluppava sulle rocce del lido della Carcarella. Una villa in costruzione ardita, quasi a pelo d’acqua, esposta a sud-ovest con un panorama, da ogni ambiente, a dir poco meraviglioso. Il ninfeo di due stanze con sulle pareti tratti di opus reticulatum è ancora visibile nella grotta della Regina Giovanna, un posto singolare e leggendario, una sorta di piscina naturale a forma triangolare a cui, da terra, si accede attraverso dei ripidi scalini che dall’alto scendono verso l’acqua, mentre da mare si può accedere con una barca a remi. Al centro, lo scoglio conserva altri resti romani che collegano tutto l’impianto alla villa di Pollio. Per gli studiosi la piscina non aveva un uso balneare, ma una destinazione a vivaio di pesci pregiati. Per quanto riguarda il nome della Regina Giovanna, la favola evoca di questa donna che dopo ogni notte d’amore buttasse nel baratro della grotta marina l’amante di turno. Sulla reale identità della Regina non si hanno notizie, forse si tratta di due personaggi sovrapposti nel tempo di cui a Napoli si raccontano le vicende.

MASSA LUBRENSE

L’ultimo centro della Costiera sorrentina è ricco di verde e giardini come quello storico «Il Gesù», un antico agrumeto impiantato dai Gesuiti all’inizio del Seicento, quando fu costruito il grande collegio conosciuto come Il Quartiere. Il toponimo compare nei documenti dal 938 come Massa Pubblica (deriva forse da mansa longobarda). Lubrense fu aggiunto in seguito, in virtù della devozione a Santa Maria della Lobra, venerata in una chiesa eretta sul sito di una villa romana che, a sua volta, era stata edificata su un delubrum, un tempietto in onore di Minerva. Largo Vescovado è il cuore del paese, con una terrazza che abbraccia il golfo di Napoli. Ai lati, la Chiesa di Santa Maria delle Grazie, con il suo bel pavimento in maiolica, costruita nel Cinquecento e rifatta due secoli dopo; e il settecentesco Palazzo Vescovile. Tra limoneti e uliveti, querce e castagneti si snodano poi diversi sentieri che conducono agli antichi casali, tra panorami fantastici, torri di avvistamento e siti archeologici, in un contesto punteggiato da diciotto borghi. Scendendo alla Marina della Lobra, villaggio di pescatori dal fascino indiscutibile, si giunge all’omonimo santuario, ricostruito nel 1564. Alla chiesa, a croce latina, è annesso il convento del 1583. Tra le cronache contemporanee di Marina della Lobra, va ricordato che al largo dello scoglio del Vervece, il fantastico uomo-pesce di Sicilia, Enzo Maiorca, nel 1974 stabilì il record mondiale di immersione di profondità, toccando la quota di meno 87 metri. Proprio al Vervece, fu poi sistemata sott’acqua la statua di una Madonnina (prima in gesso smaltato, quindi in bronzo), che ha trasformato il sito in un Santuario per i sub e per la gente di mare. Restando nell’ambito dei percorsi marinari, bisogna evocare la Baia di Ieranto, alla fine della penisola sorrentina, stretta tra la punta Campanella (fa parte dell’Area Marina Protetta) e la punta Penna, direttamente di fronte ai Faraglioni di Capri. Di bellezza incontaminata, tra formazioni rocciose coperte da macchia mediterranea e ulivi, Ieranto deve il suo nome a due termini greci: ierax, che indica il falco, che qui nidifica abitualmente; oppure ieros che significa sacro, per la presenza del tempio delle sirene. Aspetto, questo, che si fonde con il mito dell’estrema propaggine campana sul mare, Punta Campanella che sembra sfiorare l’isola di Capri. Luogo evocativo da millenni: vi era infatti un tempio di Atena che, come narra Strabone, fu eretto da Ulisse che lo dedicò in un primo momento alle sirene. Fu invece il re Roberto d’Angiò, a ideare il nome di Punta Campanella: nel 1335 vi fece costruire la Torre Minerva che, nel 1566, fu ricostruita con una funzione difensiva dalle invasioni piratesche (l’allarme veniva diffuso attraverso il suono di una campana). La maggiore frazione di Massa è Sant’Agata sui Due Golfi, il «valico» verso la Costiera Amalfitana, in posizione invidiabile a circa 400 metri di altezza, dalla quale è possibile scorgere i golfi di Napoli e Salerno; oltre alla vista su Capri. Interessante è la visita al Deserto, una collina nei pressi del centro abitato, dove sorge un Eremo carmelitano, prima convento e poi orfanotrofio dei padri Bigi di padre Lodovico da Casoria. Secondo alcuni la collina si dovrebbe definire Monte Sireniano, come lo appellavano gli antichi geografi, come Strabone; e le mappe sempre collegate al culto delle sirene. Nella piazza si trova la chiesa con un altare del 1600, opera dello scultore e architetto di scuola fiorentina Dionisio Lazzari, fatto di madreperla e lapislazzuli, proveniente dall'antica chiesa dei Girolamini di Napoli e unico per la sua bellezza. Proseguendo, si può scendere a Marina di Crapolla, nel territorio di Torca: è raggiungibile solo via mare o da un lungo sentiero pedonale con centinaia di scalini. Secondo una leggenda qui sbarcò l'apostolo Pietro nel suo viaggio verso Roma. A lui è dedicata una chiesetta, venerata dai pescatori dell’antico borgo, sorta sui resti del tempio di Apollo.

GUSTO

Non è semplice distinguere la cucina della penisola da quella napoletana. In questo contesto c’è però una tipicità arcinota che è quella degli gnocchi alla sorrentina, preparati con fiordilatte e salsa di pomodoro, che gioca di sponda con la sua presunta origine. Gnocchi semplicissimi e senza frontiere. Qualche tocco di originalità, poi, si trova nelle variazioni sul tema dei grandi classici dolci e non poteva essere diversamente, vista la bontà straordinaria degli agrumi locali: da menzionare, ad esempio, il babà alla crema d’arance. Anche se un posto di assoluto rilievo lo ha ormai conquistato «la delizia al limone», pan di spagna con crema e panna al gusto di limone. Una curiosità sono i «fullarielli», gli involtini di uva seccata in foglie di limone. Un gran limone, dunque, questo «Ovale di Sorrento», dalla forma ellittica e asimmetrica. Del resto i limoni sorrentini sono protetti dal 1999 dal marchio Igp. Sono coltivati nei terrazzamenti della costiera, che caratterizzano da secoli il paesaggio: le piante sono riparate dagli agenti atmosferici con strutture di pali in legno alte almeno tre metri e coperte dalle cosiddette «pagliarelle». La raccolta avviene tra febbraio e ottobre, esclusivamente a mano. Caratteristica è la sua buccia, di medio spessore, molto ricca di oli essenziali. Il colore è giallo citrino, mentre la polpa è di un giallo paglierino più tenue. Il succo è abbondante e con elevata acidità. Importante il fatto che il limone destinato alla commercializzazione deve avere un peso non inferiore a ottantacinque grammi; mentre i frutti con un peso minore possono essere utilizzati per la trasformazione. A fare il paio con il limone è il pomodoro semicostoluto, avvicinato per le caratteristiche organolettiche al «cuore di bue», rispetto al quale ha una forma più globosa e schiacciata. Ha un colore verde vicino al peduncolo mentre presenta sfumature rosate o rosse, nella zona apicale. La parte esterna molto soda, ha pochi semi e molta polpa, e si taglia facilmente a fette, insomma è perfetto per le insalate, come la classicissima «caprese» con mozzarella e basilico.

Gnocchi alla sorrentina

La tradizione della semplicità. Bastano mezzo chilo di gnocchi, una fresca salsa di pomodoro passato, un bel po’ di basilico, il fiordilatte e il Parmigiano grattugiato, per divertirsi con profumi e sapori. Naturalmente, prima bisogna cuocere gli gnocchi in acqua bollente salata e scolarli non appena vengono a galla. Sistemati in una pirofila si condiscono con salsa di pomodoro e abbondante Parmigiano, si coprono con uno strato di fettine di fiordilatte, altra salsa, ancora formaggio e basilico. Infornarli per pochi minuti in forno caldissimo (240°) finché il formaggio sia fuso. Servire fumanti.

SHOPPING

La coltura degli agrumi (i limoni, la bionda arancia di Sorrento) oltre a un importante ruolo nell’ambito strettamente agro-alimentare, ha un interesse commerciale e soprattutto turistico che è ampliato in modo esponenziale dalla varietà dei prodotti che se ne ricavano. Con il limoncello, c’è la crema di limone e i liquori alle erbe e di lauro. I dolci aromatizzati fanno il paio con i pasticcini. Senza dimenticare i fichi farciti alle noci e ricoperti di cioccolato fondente. Sono acquisti saporiti ai quali è difficile sottrarsi. Così dai malli della noce coltivata in zona si ricava un eccellente nocillo. Ma non è finita, in tema di tentazioni golose. Sua maestà il latte regala non solo il fiordilatte ma la pletora di lavorazioni che vanno dalle «trecce» di Massalubrense ai bocconcini, alle scamorzine con il peperoncino piccante e le olive. Impossibile dimenticare l’olio extravergine di oliva della Penisola Sorrentina che si fregia del marchio Dop, insieme a un formaggio vaccino dei Monti Lattari di grandissima qualità (dal latte di diverse razze bovine, tra le quali la rara agerolese), il Provolone del Monaco leggendario per il nome e superbo per sapore, anche quando la stagionatura supera i 18 mesi. Si tratta in definitiva di prodotti artigianali di alto valore organolettico che si abbina al loro valore aggiunto per le peculiarità di produzione. Aspetto, questo, che va in sintonia con l’esempio più noto di artigianato artistico: la tarsia lignea di Sorrento, emblema per i viaggiatori del Grand Tour. La decorazione di superfici di legno, che nel tempo ha modificato qualche tecnica, senza dimenticare la fondamentale perizia dell’incastro dei tasselli di legno, continua a offrire prodotti moderni (acquistabili nelle botteghe dei maestri) comunque rappresentativi di una nobile arte che affonda le sue origini nel Quattrocento.

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