IschiaHotels

Font Size

Cpanel

Capri

In nessun luogo al mondo, vi sono tante occasioni di deliziosa quiete, come in questa piccola isola."Charles Dickens

capri-grotta-azzurraCapri, charme & capriccio: è il prototipo millenario dell’esclusività su scala planetaria. Era e rimane mitizzata in ogni suo aspetto. Al suo cospetto lo spirito del viaggiatore frenetico si ammorbidisce, per lasciare emergere qualcosa di straordinario: la Piazzetta, i Faraglioni, la Grotta Azzurra che «è la grotta più celebre dopo quella di Betlemme», come ricordava Domenico Rea. E Via Camerelle, Via Krupp e Villa Jovis, così, quasi all’infinito… Capri è la seconda per estensione e numero di abitanti tra le isole dell’arcipelago partenopeo. Secondo alcuni studiosi, sull’origine del nome c’è una duplice spiegazione, perché più che «isola delle capre», potrebbe essere «isola dei cinghiali», dal greco kapros, cinghiale appunto, animale del quale sono stati trovati numerosi reperti fossili. È stata definita «una scheggia di promontorio», perché in origine rappresentava l’estrema punta delle penisola sorrentina, di cui conserva le caratteristiche morfologiche carsiche (è ricca di grotte e anfratti), e dalla quale si è separata in seguito a movimenti tellurici. Colonizzata dai Greci dell’Acarnania, divenne romana con Augusto che vi sbarcò nel 29 avanti Cristo. In seguito a un prodigio, Augusto l’acquistò dalla Napoli greca in cambio di Ischia, e vi costruì grandi insediamenti, lanciandone lo sviluppo. Alla sua morte, nel 14 dopo Cristo, Tiberio – che ereditò l’Impero – la scelse per trascorrervi i suoi ultimi dieci anni, lontano da Roma. Il territorio è diviso in due dal monte Solaro (589 metri) che, per gli strapiombi delle sue falesie, ne ha condizionato gli insediamenti in luoghi separati, Capri e Anacapri, Comuni autonomi.

 

 

 

 

 

 

TOUR

capriAppena scesi dal traghetto o dall’aliscafo, ci si trova a Marina Grande, approdo commerciale e turistico. È un po’ come un gran bazar di negozietti e uffici di agenzie, pullulante di escursionisti e viaggiatori d’un giorno; e un po’ è come un villaggio galleggiante per le centinaia di natanti attraccati (molti altri ormeggiano in rada), i cui «abitanti» amano scendere a terra di sera, quando i gitanti abbandonano l’isola. Si può scegliere di andare a fare un tuffo ai Bagni di Tiberio o alla spiaggia libera, non lontana, oppure si va a piedi per le viuzze pedonali e le gradinate che spuntano su via Acquaviva, alla fine della quale c’è la porta medievale di Capri. Salendo dal porto per la via provinciale Marina Grande, c’è la Chiesa di San Costanzo (divenuto patrono dell’isola contro le invasioni saracene) che è però dedicata alla Madonna della Libera, ed è stata sede vescovile fino al 1596. Probabilmente eretta su una preesistente basilica paleocristiana, ha una struttura a croce greca di influenza bizantina. Per spostarsi dall’approdo l’alternativa è prendere la funicolare, da Piazza Vittoria: in cinque minuti si arriva in paese, dopo aver percorso un tratto di 648 metri. Fu inaugurata ai primi del ‘900 e, da allora, funziona senza soste, a gran ritmo, soprattutto in estate. Dalla sua terrazza panoramica si affacciano le coppie di innamorati: è il primo approccio con un’infinità di punti di osservazione incantevoli. Si entra così a Piazza Umberto I, ovvero nella Piazzetta, espressione del mito e dell’identità caprese, nonché la certificazione della mondanità dell’isola. È il cuore dal quale si diparte la vitalità caprese, di giorno e soprattutto di notte; il punto di riferimento del jet-set mondiale che qui ama farsi vedere, incontrarsi, mescolandosi ai turisti, tra tavolini di bar, spazi angusti, chiacchiere multilingue. Nel Settecento (seconda metà) era il luogo del mercato, dunque strategico allora come oggi: c’è il municipio, la Torre dell’Orologio, la Chiesa di Santo Stefano, già cattedrale (fino al 1818, anno in cui fu abolito il vescovado), il cui edificio attuale fu terminato verso la fine del Seicento: è interessante il pavimento policromo in tarsie marmoree davanti all’altare maggiore, che proviene dagli scavi di Villa Jovis. Qui è conservata la statua di San Costanzo. In pieno abitato e negli immediati dintorni, non è l’unica chiesa: c’è ad esempio quella di Sant’Anna, eretta alla fine del ‘300, con una facciata seicentesca; senza dimenticare la chiesa del SS. Salvatore con il convento delle Teresiane. Nel trecentesco palazzetto di fronte alla chiesa di Santo Stefano c’è il museo archeologico del Centro caprense «Ignazio Cerio», che fu fondato da Edwin Cerio nel 1949 e dedicato al padre, medico naturalista divenuto un profondo conoscitore dell’isola in cui si era trasferito nel 1868. Va detto, tornando alla dimensione profana, che si deve all’inventiva di Raffaele Vuotto, giovane caprese, la sistemazione dei primi tavolini in Piazzetta: era il lontano 1938. Le opzioni, spostandosi dalla Piazzetta, sono molteplici e fascinose. Via Le Botteghe ha una atmosfera araba, strettissima, nel centro antico: è qui che furono aperte le prime botteghe di generi alimentari. In via Camerelle si entra nel paradiso dello shopping, tra negozi eleganti e «griffe» mondiali: ma non bisogna dimenticare che questa strada che lega il piazzale del Quisisana con via Tragara, ha origini romane, ed era caratterizzata da una serie di vani (camerelle, appunto: forse erano cisterne) realizzati in un muro di sostegno. Tragara è considerata la più romantica tra le vie di Capri, ci si muove tra ville, alberghi, colori e profumi, fino a un belvedere e giù alla cala dove, tra i Faraglioni e lo Scoglio del Monacone, c’era il principale porto dei Romani. Loro, in un’era di sfarzi, in questa zona, costruirono dimore e ninfei, e molto tempo dopo furono imitati da numerosi artisti che, nel Novecento, l’hanno eletta a rifugio ideale. I Faraglioni, i tre scogli del mito, erano chiamati Sirenum Scopuli, gli scogli delle sirene. Sono tre pinnacoli risparmiati da frane ed erosioni. Hanno tre nomi diversi. Stella, che è alto 111 metri, è il primo, ed è il più vicino alla costa; il Faraglione di mezzo, alto 81 metri, è legato allo Scopolo (o Faraglione di fuori), da uno spazio marino di otto metri che ha un arco nel centro. Solo sullo Scopolo vive la famosa lucertola azzurra, Podarcis sicula coerulea o Lacerta coerulea faraglionensis, che fu scoperta da Ignazio Cerio nel 1870. A un quarto d’ora dalla Piazzetta, sul versante sud, c'è invece la baia di Marina Piccola, dove si giunge percorrendo via Mulo che, per interi tratti, è stata costruita a gradini: qui c’è la Villa Pierina, che fu acquistata – con la vicina Villa Serafina - dal grande scrittore russo Maxime Gorkij che, agli inizi del Novecento, vi abitò impegnandosi a organizzare la scuola rivoluzionaria, con gli altri esuli russi. Marina Piccola è un polo del turismo balneare, con i suoi rinomati stabilimenti ma, fino alla fine dell’Ottocento, c’erano solo le casupole dei pescatori di corallo. Scendendo qualche gradino s’incontra la cappelletta di Sant’Andrea, fatta costruire nel 1900, su progetto del pittore Riccardo Fainardi, da Ugo Andreas, ingegnere tedesco proprietario di Villa Capricorno a Tragara. Va detto che Ugo Andreas, con Mortiz von Bernus, pagò la fabbrica – tra il 1899 e il 1901 - per la costruzione della Chiesa Evangelica, sempre a Tragara, che veniva incontro alle esigenze della folta comunità tedesca di allora: si fa notare per il tetto spiovente e lo stile goticizzante. Continuando si arriva allo Scoglio delle Sirene che divide l’insenatura in due, Marina di Pennauro e Marina di Mulo. Secondo alcuni è qui che si trovava «il prato fiorito sul mare», quello che nei racconti di Omero e di Apollonio Rodio era il luogo da cui le Sirene tentarono Ulisse con il loro canto melodioso. Al di sopra di Marina Piccola, sul versante di sud-est del Monte Solaro, a 150 metri sul mare, c’è la Grotta delle Felci, dove sono state rinvenute le tracce umane più antiche, datate dal paleolitico superiore all’età del bronzo, e in particolare del periodo neolitico intermedio. Sempre dalla Piazzetta, in alternativa, da via Longano, per via Supramonte e, dopo il quadrivio della Croce, entrando in via Tiberio, si può procedere verso l’itinerario caprese più celebre, quello che conduce fino a Villa Jovis e al Monte di Tiberio (335 metri). Scenario rurale, tra vigneti, orti, giardini, agrumeti e boschetti, passando davanti alle cappelle di San Michele (piccolo complesso conventuale con campanile a vela e dai caratteri bizantini), in località Cesina, di Monetella e Moneta. Dedicata a Giove, la Villa Jovis dell’imperatore Tiberio è la prima tra le dodici ville isolane d’epoca romana. Immensa, con settemila metri quadrati di costruzioni, tredicimila metri di parco con terrazze e ninfei disseminati su 40 metri di dislivello, si protende, maestosa, verso la penisola sorrentina e Punta Campanella. Gli scavi di Amedeo Maiuri hanno riportato alla luce il nucleo centrale con grandi cisterne, intorno alle quali s’identificano quattro aree: il quartiere dell’imperatore e della corte; la zona della servitù, quella delle terme e lo spazio per le udienze pubbliche. Si possono notare almeno due fasi di stratificazione: la prima dell’epoca augustea, con l’uso di pietra calcarea ricoperta di opus reticulatum con intonaco e pitture, i pavimenti in mosaico di marmo; e la seconda visibile nei pavimenti ricoperti di lastre di marmo e pareti rivestite con mosaico di vetro. Andando oltre, verso l’estremità settentrionale della Villa, si arriva al cosiddetto Salto di Tiberio, 297 metri a picco sul mare, che – seguendo i leggendari racconti di Svetonio – era il punto dal quale l’imperatore faceva scaraventare «vittime umane per il proprio divertimento». Sulla terrazza più alta della Villa, proprio per fronteggiare «l’atmosfera pagana», i capresi vollero costruire la chiesetta di Santa Maria del Soccorso, ritrovo dei pescatori. Dalla prima parte dell’itinerario precedente, deviando per via Lo Capo, si giunge a Villa Fersen, costruita dal poeta e conte francese Jacques d’Adelsward Fersen (1880-1923), conosciuta anche come Villa Lysis, dal nome del giovane amico del filosofo Socrate. Fersen era un dandy del Decadentismo: esteta simbolista, fu perseguitato in patria per la sua omosessualità. Il contesto naturalistico è meraviglioso, e l’edificio è di gusto neoclassico, rivisitato in stile liberty. Dal quadrivio della Croce ci si può invece orientare verso gli scenari selvatici dell’Arco Naturale, della Grotta di Matermania (o Matromania), fino al Pizzolungo e oltre, costeggiando le pendici del monte Tuoro, fino a scoprire la curiosa sagoma di Villa Malaparte. L’Arco Naturale si trova a 200 metri di altezza sul mare, nella cala di Matermania, ed è ciò che resta di uno smottamento di una grande cavità nella montagna, allargatosi nel tempo, per effetto dell’erosione. Continuando, in discesa, la Grotta di Matermania è interessante perché si pensa che fosse la sede del culto di Cibele, la Mater Magna dell’antichità, la dea della fecondità. In età imperiale fu utilizzata – lo dimostrano i decori con mosaici alle pareti – come lussuoso ninfeo. Qui si riposava e banchettava. Proseguendo, lo sguardo si posa sull’architettura particolare di Villa Malaparte. Lo scrittore Curzio Malaparte, nel 1936, spese 300 lire per comprare il promontorio su Punta Massullo, dove fece costruire – dal 1938 al 1940 – la «Casa come me», appunto pensata e fatta a propria immagine e somiglianza con l’aiuto del progettista razionalista Adalberto Libera. Il panorama spazia dai Faraglioni alla parete di Matermania, mentre a est ci si perde nella costiera amalfitana: è davvero un luogo suggestivo. Ancora partendo dalla Piazzetta, si va ai Giardini di Augusto, a pochi passi. A terrazze panoramiche, questi giardini pubblici facevano parte delle proprietà dell’industriale tedesco dell’acciaio Alfred Krupp, il re dei cannoni che adorava Capri ma non fu ricambiato di tanto amore. Krupp donò questo parco, intitolato al suo nome fino al 1918, al Comune. Ospita un monumento a Lenin, in ricordo del suo soggiorno caprese, realizzato dallo scultore Giacomo Manzù. A congiungere i Giardini di Augusto con la Marina di Pennaulo, sul versante di Marina Piccola, c’è un altro spicchio di mito caprese: la via Krupp, considerata una vera e propria opera d’arte. Ripida, con i suoi tornanti a 90 gradi, si snoda a zig-zag per 1346 metri: fu opera dell’ingegnere svizzero Emilio Mayer, fu costruita in meno di due anni nel 1902, e finanziata da Krupp interamente, con la somma di 43.000 lire. A pochi minuti dai Giardini, c’è una conca pianeggiante, scelta per costruirvi il monastero, la Certosa di San Giacomo, fondata nel 1371 dal conte caprese Giacomo Arcucci, segretario della Regina Giovanna I di Napoli. Seguendo le regole del codice certosino (la preghiera, il lavoro, la solitudine), l’impianto monumentale presenta prima un ingresso con la foresteria e la farmacia; quindi, il chiostro piccolo dell’ultimo quarto del Trecento, sul portico del quale convergevano refettorio, biblioteca e chiesa; poi, il vero e proprio convento con il chiostro grande della fine del ‘500 con le celle e le zone di servizio, la sala capitolare, gli orti e l’alloggio del priore, esposti a ovest verso il mare. La chiesa, a navata unica, ha tre volte a crociera, mentre il refettorio ospita la sala-museo con i dipinti del pittore simbolista tedesco Karl Wilhelm Diefenbach che visse a Capri dal 1900 alla sua morte, nel 1913; una collezione di pittura tra ‘600 e ‘800, e le statue romane rivenute sui fondali della Grotta Azzurra. La Torre dell’orologio, infine, ha una cuspide con volute barocche. Va ricordato che nel 1534 la Certosa subì seri danni per l’incursione di Barbarossa, alla quale seguirono quelle di Mustafà Pascià (1553) e quella del corsaro Dragut. Dopo la fuga dei monaci, il complesso fu ampliato e fortificato. I lunghi lavori si conclusero nel 1636, riprendendo poi, nel 1691, con il restauro della torre, del chiostro grande e del presbiterio. oltre alla costruzione del campanile a tre arcate posto tra i due chiostri e demolito nel 1908. Oggi la Certosa è sede, oltre che del museo, di una scuola e della biblioteca comunale..

ANACAPRI

Spostandosi sull’altro versante dell’isola, verso occidente, c’è la Chiesa di Sant’Antonio da Padova, il protettore di Anacapri (è conosciuta anche come chiesa de’ Marinai), che ha un impianto seicentesco, ed è stata restaurata e ampliata nel 1899. Ha una piccola terrazza panoramica, ed è attraversata dalla cosiddetta Scala Fenicia, che in realtà è greca: era l’unica via d’accesso, verticale e faticosissima, diretta tra il porto e Anacapri, fino a quando fu costruita la strada nel 1874. Giunti nel centro storico, da Piazza Vittoria, si procede per la strada pedonale alla sinistra del monumento ai Caduti, e si trova la Casa Rossa, dipinta in rosso pompeiano. Realizzata con più stili architettonici, ispirati al collezionismo tardo ottocentesco, ha finestre bifore e merlature, ingloba una torre Aragonese cinquecentesca a pianta quadrata e, all’interno, ha il cortile porticato. La sua storia è legata alla vicenda del generale americano John Clay H. Mac Kowen, che sbarcò a Capri reduce dalla guerra civile americana, e vi rimase per 23 anni. La sua vita presenta analogie con quella di Axel Munthe che pure trasformò Villa San Michele in una casa museo, infatti raccolse e custodì numerosi reperti archeologici, tra epigrafi, bassorilievi, statue recuperate qua e là sull’isola. La Casa Rossa ospita una mostra permanente con tele di maestri italiani e stranieri, collezione che è stata acquistata dal Comune di Anacapri grazie all’offerta di Spiridione e Savo Raskovich, due appassionati che hanno raccolto e conservato opere dedicate a Capri. Dal 2008 vi si trovano anche le tre statue romane ritrovate nel 1964 e nel 1974 nella Grotta Azzurra. La Villa San Michele è uno dei luoghi più visitati in assoluto: si trova in zona Capodimonte, a cinque minuti dal centro. Fu costruita con un personale progetto da Axel Munthe, il medico e scrittore svedese (1857-1949) autore del celebre romanzo autobiografico Storia di San Michele, in parte su rovine di epoca romana. Secondo alcuni è una sorta di «follia personale», sulla scorta di quella che ispirò il conte Fersen, per lo stile eclettico, discusso e affascinante, dell’architettura. La Villa è gestita dalla Fondazione Axel Munthe «San Michele». Nel 1940 Munthe ottenne il divieto di caccia agli uccelli di passo, con grande lungimiranza. Alla sua morte, nella tenuta l’Università di Stoccolma ha impiantato una stazione ornitologica di studio sulle migrazioni, punto di riferimento per gli studiosi dell’avifauna e dell’ambiente, in un contesto che comprende anche il Castello Barbarossa, ricoperto di vegetazione a dir poco straordinaria. Il Barbarossa in questione è Khair ad-Dîn, che anche per l’isola di Capri fu un vero flagello, cingendo d’assedio il castello di Anacapri (eretto nell’anno Mille) e incendiandolo. Restando in un contesto paesaggistico-naturalistico, s’impone l’escursione al Monte Solaro; o all’eremo di Santa Maria a Cetrella e, eventualmente, azzardare una passeggiata per il Passetiello, che era una volta l’unica e difficile via di collegamento tra Anacapri e Capri. Durante l’occupazione francese, nel 1808, il Passetiello ricoprì un ruolo strategico, perché consentì il passaggio delle truppe da un Comune all’altro. La cima del Solaro, invece, si può raggiungere a piedi o, più comodamente, in seggiovia prendendo – da Piazza Vittoria – per via Caposcuro, a destra. Nella valle compresa tra il Solaro e il monte Cappello, dominando Marina Piccola, si trova l’eremo che deve il suo nome alla cedrina, l’erba aromatica, in un angolo esclusivo di solitudine e contemplazione, scelto per questo dagli eremiti domenicani alla fine del ‘400. Annessa al convento c’è una chiesetta con il campanile quadrato, che costituisce un esempio dell’architettura tardo-gotica caprese. Qui si celebravano i riti di devozione dei pescatori di corallo. Dal cuore di Anacapri si diparte un’altra passeggiata cruciale per gli escursionisti dal pollice verde che, partendo a sinistra della stazioncina della seggiovia, conduce al belvedere della Migliera. Qui sono stati ritrovati resti di costruzioni di età imperiale. Ci si affaccia sulle rocce scoscese delle cale del Tuono e del Limno o, verso ovest, si punta lo sguardo fino a Punta Carena e al Faro che, inaugurato il 1 dicembre 1867, è il secondo in Italia per importanza e potenza d’illuminazione. La migliera è «il luogo dove si coltiva il miglio», cereale diffusissimo prima dell’arrivo del granturco. Si cammina tra vigneti, uliveti, giardini e orti, e la meta finale è spettacolare. Volendo, un po’ più in alto, ai piedi di una croce di ferro, si gode finanche della vista dei Faraglioni. Punta Carena e il Faro sono raggiungibili comunque da via Nuova del Faro, sempre tra scenari unici, che evocano la storia, per la presenza dei Fortini (di Pino, di Mesola, di Orrico) che, insieme alle torri di Damecuta e della Guardia, costituivano il sistema difensivo occidentale fino a nord, fino alla Grotta Azzurra, in un’alternanza di baiette, tra le quali Cala del Tombosiello e Cala del Rio, caratterizzate da una bellezza memorabile. Della grandiosa Villa imperiale di Damecuta, restano pochi resti sull’altopiano: lo scavo fu iniziato nel 1937 da Amedeo Maiuri. Si è riusciti a definire l’esistenza di una lunga loggia sostenuta da arcate, la presenza di frammenti di colonne in puro marmo greco. Di certo era ricca di pavimenti in marmo, di stucchi, e decorazioni di pregio. La Torre cilindrica di Damecuta, all’estremità ovest della Villa, a 151 metri sul mare, fu costruita a difesa delle incursioni saracene, e riutilizzata come fortino dagli inglesi nel periodo del conflitto con i francesi (1806-1815). Dal belvedere si intravede il piccolo scalo di Gràdola con la spiaggetta rocciosa a ridosso della Grotta Azzurra. Della Grotta Azzurra si sa che nell’immaginario collettivo rappresenta uno dei luoghi più famosi del mondo. Fu esplorata il 18 aprile 1826 da quattro personaggi entrati nella leggenda: c’era il pittore tedesco August Kopisch, con l’amico paesaggista Ernst Fries, spinti dall’unico oste dell’isola dell’epoca, don Giuseppe Pagano. Con loro c’era il pescatore Angelo Ferraro detto «Il Riccio», l’unico ad averla visitata tra i contemporanei che ne ignoravano l’esistenza, a dispetto di un profondo passato durante il quale la grotta era stata frequentata e conosciuta. Kopisch, ne La scoperta della Grotta Azzurra, descrisse con entusiasmo e meraviglia quei momenti: da allora in poi, la grotta è entrata nel mito planetario. L’ingresso è largo due metri e alto uno. Il colore azzurro del mare con gli avvolgenti riflessi sulle rocce è dovuto a un varco sottomarino da cui penetra la luce. Vi sono stati trovati resti di un antico approdo: i Romani la usarono come ninfeo, adorno di mosaici e statue. Tornando, infine, al centro di Anacapri, da visitare restano alcuni luoghi di culto. La Chiesa monumentale di San Michele, barocca, settecentesca, con architetture ideate da Antonio Vaccaro: ha una pianta centrale con una cupola su un ottagono che si dirama in sei nicchie absidate. Sul pavimento in maiolica, c’è la famosa «cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre». La chiesa di Santa Maria di Costantinopoli è invece della fine del ‘300, quando fu eretta con il nome di santa Maria «alli Curti». La chiesa di Santa Sofia, a tre navate, è il risultato di numerose stratificazioni: presenta una facciata bianca settecentesca, con un campanile a più orologi e si apre sulla piazzetta. Da non dimenticare, poi, Le Boffe, il quartiere seicentesco descritto da Maiuri. Sul nome, «le boffe», pare che venga dal dialetto perché così si indicano le bolle sotto la crosta del pane; ma, per altri, il termine da una deformazione di d’Elboeuf, il comandante della guarnigione francese sull’isola.

GUSTO

capri-gustoI ravioli, l’insalata, la torta: tutto è unito all’aggettivo «caprese» e, dunque, ogni piatto è un vero simbolo dell’identità, in una cornice di semplicità assoluta. In questo modo anche i tesori isolani del gusto hanno conquistato un’eco internazionale. I ravioli capresi sono considerati il «primo piatto per eccellenza» dell’isola: sono molto delicati e farciti con la caciotta, accompagnati da un fresco condimento di pomodoro e basilico. Ma c’è chi li preferisce con burro e salvia oppure fritti. L’insalata caprese, lo sanno tutti, è composta da mozzarella, pomodoro, basilico e olio di oliva, ma molti ignorano che fu inventata ad Anacapri nei primi anni del Novecento. E che dire della torta caprese, a base di mandorle e cioccolato, alla quale proprio non si può rinunciare? Da assaggiare anche nella versione al limone o accompagnata con il gelato. Si dice che sia arrivata a Capri al seguito di una famiglia di russi, grazie alle mani di una cuoca che, pare, la preparasse per ufficiali delle truppe napoleoniche durante la campagna di Russia. Nella tradizione culinaria non manca mai l’accostamento tra pesce e ortaggi, come resta consolidato, nelle cucine di casa, il totano ripieno o il totano con le patate. La pasta con il sugo della cernia o dello scorfano o, ancora, con la polpa di riccio, è sempre un must, così come la minestra di ceci con le seppioline. In generale, il pesce pregiato, con crostacei e i molluschi, non manca mai. La pezzogna all’acqua pazza, ad esempio, conquista per la sua bontà. Altrettanto saporite, le alici indorate e fritte o marinate agli agrumi, i calamaretti in umido o ripieni con uva passa e pinoli. Una storia di gastronomia più rurale la si incontra nello specifico ad Anacapri, dove c’è sempre chi prepara le quaglie con la pancetta affumicata, i piselli e gli aromi selvatici. In tavola, tra le carni, ci sono anche il pollo e il coniglio allevati in zona. Più tipica ancora è la zuppa di cicerchie, legume ormai raro, che comunque trova ancora spazio nei campi ed estimatori convinti. Il vino buono, oggi a denominazione d’origine controllata (da vitigni autoctoni), sia bianco che rosso, era apprezzato già dall’imperatore Tiberio. Dai profumatissimi limoni capresi, si ricava, infine, un ottimo limoncello. Pezzogna all’acqua pazza Pulire la pezzogna eviscerandola e privarla delle squame, in una padella alta preparare un fondo con aglio in camicia, olio e peperoncino. Quando il tutto sarà rosolato, aggiungere i pomodori tagliati in quattro, la pezzogna e le patate precedentemente tagliate a quadri e fate cuocere in acqua per 5 minuti con il sale, il pepe e il vino bianco. Dopo che il vino sarà sfumato, aggiungere due mestoli di fumetto di pesce e portare a cottura per circa 10 minuti. Alla fine si uniscono le erbe e servire con il pane raffermo tostato.

SHOPPING

Capri e Anacapri, per definizione, costituiscono due «location» esclusive amate dai grandi personaggi che contano, della politica, dell’industria, del cinema, della moda, dell’arte, dello spettacolo, della cultura in generale. Una ambientazione internazionale senza frontiere che, anche per questo, rappresenta un contenitore completo di tutto quanto ci si sia di «firmato», tra negozi e boutique, botteghe d’artigiani e laboratori di creazioni «da comprare», come ricordo, souvenir, ma anche nel segno dell’originalità e del lusso. Tutto si trasforma nel marchio distintivo di Capri. E tutte le Grandi Firme si trovano qui, nelle vie più importanti e note. Capi d’abbigliamento e gioielli esagerati, perle e coralli; bigiotteria raffinata, monili e orecchini, ma anche t-shirt o ceramiche artistiche di alta qualità. E ancora, stoffe che evocano una tradizione lontana; oppure scarpe di corda come quelle mitiche «espadrillas» che diventarono qui le «zappateglie», tanto per citare un oggetto «portato», soprattutto nel recente passato, e che oggi fanno il paio con i sandali fatti su misura. Per non dimenticare un’altra esclusiva, quella dei profumi capresi creati artigianalmente usando le erbe speciali e le spezie che la Natura ha regalato all’isola nel corso dei secoli, e che si cercano con cura lungo le coste e i camminamenti scoscesi. Essenze che, a dir poco, sono inebrianti, eleganti. E poi, antiquariato, stampe, quadri d’autori isolani, sculture, pizzi e merletti fatti a mano, come i parei, i costumi da bagno, gli scialli, o gli intarsi in legno. Come dire, si passeggia, si ammira e si compra, sempre in uno stupefacente Barnum. Da non perdere.

COME ARRIVARE + CARTINA

cartina-capri

APPENA GIUNTI A NAPOLI...
Se arrivate in aereo L’aeroporto di Napoli Capodichino dista pochi chilometri dalla città. I collegamenti per il Molo Beverello e Calata Porta di Massa sono assicurati dalla linea ALIBUS dell’ANM (partenze da e per Piazza Municipio). I taxi sono all’uscita del terminal.
Se arrivate in auto Dal casello autostradale di Napoli si seguono le indicazioni per il Porto. Percorrendo Via Marina si raggiunge Piazza Municipio e da qui il Molo Beverello. In alternativa, percorrendo Via Marina, si raggiunge il Varco Pisacane, o il Varco Immacolatella Vecchia, e da qui Calata Porta di Massa, l’unico molo di Napoli da cui è possibile traghettare la propria auto sull’isola con navi veloci e traghetti (CAREMAR). I veicoli muniti di prenotazione possono, più velocemente, raggiungere Calata Porta di Massa seguendo, dal casello autostradale di Napoli, le indicazioni per il Porto e per il Varco Bausan. Da marzo fi no alla fi ne di ottobre, e dal 20 dicembre al 7 gennaio, per le auto private dei non residenti vige il divieto di imbarco. Nel periodo di maggior affl usso turistico l’isola non vuole offrire ai suoi ospiti aria inquinata come nelle città: il piccolo disagio è compensato da una miglior qualità del soggiorno.
Se arrivate in treno Arrivo alla Stazione Centrale: da Piazza Garibaldi: tram (linea 1) o autobus R2 per Piazza Municipio, presso il Molo Beverello, scalo marittimo delle linee veloci (solo passeggeri) per le isole del Golfo di Napoli. Taxi: posteggio all’uscita dalla Stazione, lato biglietteria. Il prezzo della corsa è defi nito dal tassametro, ma può essere anche un fi sso di 10 Euro, stabilito dal Comune. I passeggeri senza veicoli possono anche partire con i traghetti e le navi veloci (Caremar) dal Molo Calata Porta di Massa, la nuova Stazione Marittima a pochi passi da via Marina (accesso da Varco Pisacane o Varco Immacolatella Vecchia). La fermata del tram (linea 1) è molto vicina ai due varchi. Da Piazzale Angioino (nei pressi di Piazza Municipio e di Molo Beverello) è operativo un servizio/navetta per il Molo Calata Porta di Massa.
Se arrivate da SorrentoDalla città di Sorrento è possibile raggiungere l’Isola servendosi dei collegamenti marittimi (aliscafi e traghetti), in partenza da Marina Piccola effettuati dalle compagnie Caremar (traghetti veloci), e Consorzio Linee Marittime Partenopee (linee veloci e traghetti). Da marzo ad ottobre e dal 20 dicembre al 7 gennaio vige il divieto di imbarco per le auto private.

 

Sei qui: Home Capri

Contatti

address  Via Fasolara, 49
80077 - Ischia (NA)
 tel  +39 081.507.40.22
 +39 081.99.34.66
 fax  +39 081.98.41.71
 email Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Collegamenti marittimi

nave-128

Il nostro sito Web utilizza i cookie. Utilizzando il nostro sito e accettando le condizioni della presente informativa, si acconsente all'utilizzo dei cookie in conformità ai termini e alle condizioni dell’informativa stessa.